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Borgogna 2016: RIFLESSIONI E LINEE GUIDA

Eccoci, finalmente, all'atto finale di questo tete a tete con il peculiarissimo millesimo 2016; un viaggio cominciato con la nostra consueta narrazione dinamica degli eventi meteo, riscontrati mese per mese, misurati dal fenomeno del risveglio vegetativo sino alla vendemmia (si veda la rubrica "Borgogna 2016. Il Racconto dell'annata viticola"), proseguito con la considerazione delle prime entità dei danni e prospettive qualitative dell'annata, ottenute da interviste a caldo, che il nostro staff ha sottoposto ad alcuni vigneron di riferimento per tutte le denominazioni più significative (si veda la rubrica “Riflessioni postume sulla vendemmia 2016. i vigneron si raccontano", proseguito con i numerosissimi assaggi in fase di elevage (dai tasting di liquidi imbottigliati per primi, che non hanno necessitato di sostare in maturazione nelle piece per tempistiche anche fino a 18 mesi), e giunto al termine, dopo aver messo alla prova le nostre primigenie impressioni con i riscontri emersi nel corso del celeberrimo debutto ufficiale commerciale dell'annata 2016, quindi con la biennale manifestazione dei Les Grand Jours, appena terminati.

Addentriamoci, dunque, nei riscontri che questo millesimo ci ha suggerito. Consentiteci, pero', una doverosa premessa alle considerazioni che ci apprestiamo a sottoporvi, in nome di una chiarezza cui teniamo particolarmente, che, probabilmente andrà a discapito della scorrevolezza del testo che state leggendo. Ci teniamo a precisare che, anche in questa rubrica di approfondimento, resteremo fedeli e coerenti con il nostro manierismo narrativo, che predilige esprimersi attraverso rubriche-resoconti di natura scientifica sull'andamento (mese per mese) meteo di ciascun millesimo, o interviste ai veri protagonisti della scena, i vignerons; pertanto, in questa sede, vi sottoporremo unicamente delle “mere linee guida” sull'annata 2016; e lo facciamo anche per il rispetto che dobbiamo alla delicata materia delle “dinamiche evolutive dei vini nel corso dell'affinamento in vetro”; pertanto, ci collocheremo a debita distanza da giudizi imprudenti, immaturi e, soprattutto, definitivi sulla 2016, appena uscita sul mercato; da ultimo, ma non meno importante, abbiamo scelto questa linea, perchè, di riflesso, si riverbera sulla tipologia di comunicazione che desideriamo intrattenere con il nostro pubblico, che non mira assolutamente ad influenzare o a condizionare il giudizio soggettivo della nostra utenza; più semplicemente, desideriamo trasmettervi quanto abbiamo rilevato con le nostre sensibilità, nel corso delle nostre degustazioni tecniche; ciò, affinchè, anche con l'ausilio dei nostri contributi e riflessioni, ciascuno di voi, che ci legge, possa meglio elaborare un proprio pensiero critico sulla matrice di questo millesimo.

Punto di partenza imprescindibile è, lo ricordiamo ancora una volta, l'epica gelata di fine aprile, che, da Chablis a Macon ha condizionato le rese come non accadeva da oltre trent'anni. Le relativamente basse umidità delle notti antecedenti gli accadimenti, grazie all'afflusso di una ventilazione piuttosto secca, che ha rasentato i suoli, che, purtroppo, è stata assente nel corso delle fatidiche mattine delle gelate, quando è sorto un sole deciso, in un contesto di temperature prossime allo zero termico, hanno creato le condizioni ideali per un cocktail meteo micidiale a discapito dei delicati germogli delle viti, già in fase di spinta vegetativa piuttosto avanzata, grazie alle tiepide temperature di marzo ed aprile. La ricognizione che abbiamo proposto nella rubrica di primo contatto con i vigneron della Cote d'Or dopo l'accaduto "27 aprile. Gelata primaverile devastante. Annata 2016 compromessa?" ha evidenziato uno sconcerto unanime, che qualcuno ha cercato di temperare invitando a valutare gli effetti reali di quanto accaduto, aspettando, con fiducia, una “risposta vegetativa” naturale; ma, purtroppo, i germogli usciti dalle seconde gemme, quelle c.d. di controcchio (che, per loro natura, statisticamente e mediamente per vitigno, rispetto alle gemme principiali, esprimono una fertilità inferore di circa il 50 per cento; quelle dei pinot noir e degli chardonnay lasciano anche minori speranze alla qualità che portano in dote) non si sono rivelati i salvatori della patria. I vigneron hanno auspicato almeno una miglior opposizione al fenomeno ad opera delle vieilles vignes, che, in alcuni casi, effettivamente c'è stata; gli impianti più giovani, invece, non sono stati risparmiati: in prossimità delle spaccature determinate dal gelo, si sono verificati soventi fenomeni di suberificazione o più gravi patologie di compromissione linfatica delle viti o, nei casi più gravi, tumori batterici. La risultante è stato un calo produttivo con pochi precedenti, con epicentri più marcati in Cote de Beaune (alcuni domaine hanno lamentato anche sino all'85% di perdite): il circondario di Meursault, Pommard, Volnay, Puligny e Chassagne è stato decimato, mente Corton, grazie alla sua ubicazione peculiare, si è difesa, al solito, piuttosto bene; anche in Cote de Nuits il gelo ha lasciato il segno, soprattutto su Marsannay, abbastanza su Gevrey Chambertin (quest'anno non c'è quasi traccia di “Chambertin grand cru” e “Latricieres Chambertin”), Chambolle, Nuits St Georges, mentre, solo in alcuni settori, ha picchiato duro, ma a macchia di leoprardo: è il caso di Vosne Romanée e Morey St Denis. Dopo una fioritura primaverile tardiva,un maggio poco luminoso e piuttosto piovoso (che ha determinato focolai di peronospora) l'estate si è manifestata a due velocità: giugno con precipitazioni superiori del 40% rispetto alla media stagionale, a chiudere un primo semestre estremamente piovoso; poi, ha fatto seguito un luglio nella norma, che ha fatto da preludio ad un finale d'estate agostano di basso apporto pluviale, molte ore di luce, ventilazione piuttosto secca e temperature in grande ascesa (che hanno determinato principi di stress idrico), che hanno contribuito ad accelerare i processi di maturazione fenolica delle bacche; settembre, che spesso battezza le annate migliori e, sovente, è stato in grado di invertire positivamente la rotta di millesimi sulla pericolosa china della mediocrità, si è palesato, infine, caldo ed asciutto. La dinamica complessiva dell'andamento vegetativo 2016 ha determinato, pertanto, vendemmie tardive.

Le nostre ampie ricognizioni degustative hanno evidenziato, in particolare, PINOT NOIR dalla veste olfattiva estremamente fine, sfaccettata, a tratti esuberante, sempre contraddistinta da una prima percezione netta delle componenti floreali (laddove più manifeste) e poi fruttate; i riscontri gustativi complessivi, invece, si sono palesati attraverso sorsi in cui ha prevalso una verticalità intrigante, perchè infiltrante quanto basta a veicolare una beva appagante, ed in estrema sintonia frequenziale con il tenore dei rimandi della 2014, di cui ci è parsa parente assai stretta, ma con un bonus di fittezza di apporto di materia nobile, nonchè contraddistinta da intelaiature estrattive più articolate e stratificate, sempre confinate nell'alveo di una garbata vivacità; ci sono parsi vini, quindi, in cui non ricercare deflagrazione in ampiezza, ma limpide sapidità e che hanno palesato, nei casi qualitativi in cui era lecito attendersela, persistenze aromatiche significative; l'impressione complessiva è che si tratti di un millesimo con, in minor parte, qualche tratto di parentela olfattiva con la 2015 e, più massicciamente, qualche nota gustativa di ascendenza classica, propria della 2014, ma elevata alla seconda; queste deduzioni, inevitabilmente, spingono l'immaginazione ad un'accostamento pensabile ma ardito: verso le sponde della mitica 2010, di cui pare incarnare alcune accezioni, ma in diesis minore, difettando dei suoi supremi equilibri e, probabilmente, del suo allungo potenziale nel tempo. Infine, circostanza positiva e non trascurabile, abbiamo trovato molto confortante e soddisfacente l'agevole approccio alla lettura dei terroirs prospettatici dai liquidi testati, che ci sono apparsi, da subito, nitidi, comprensibili, leggibili senza la necessità di sforzi interpretativi. Sul fronte CHARDONNAY ciò che è sfuggito alle maglie serrate di un meteo nefasto (mildiou in alcuni settori davvero infestante e rese all'osso), alle latitudini della Cote de Beaune, è una qualità complessiva di buon livello. La sostanziale silhouette più tesa e fresca del millesimo ha inciso, assottigliandone le ambizioni, sulle attitudini più grasse ed ampie delle parcelle più rappresentative dei Meursault come basicamente intesi, nonché di qualche climat di Chassagne sulla stessa falsariga, mentre ha assecondato al meglio le tendenze ascensionali dei Puligny, soprattutto d'alta quota; nessun compromesso, però, trasversalmente su tutte le aoc sudiste, circa il peso specifico della qualità estrattiva riscontrata, che resta non memorabile ma di nobile fattura e di agevole interpretazione; un parallelo con le annate più prossime la rende meno affine dei pinot noir con la celeberrima 2014 en blanc, perchè prevale la sensazione di una lieve minor densità, a vantaggio, pero', di una accessibilità e bevibilità più immediate.

 

 

 

Lo Staff di BMA

 

 

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